Benvenuti

   Questo è uno spazio on line ideato per tenerci in contatto e rimanere aggiornatə sulle ultime novità riguardanti lo yoga e la meditazione.

  Qui possiamo scambiarci idee, prospettive, creare gruppi di lavoro e di studio.

  Entriamo in contatto, collaboriamo, creiamo risorse utili per tutti, perché tutti siamo nella medesima condizione ed è nostra responsabilità occuparci gli uni degli altri. 

  “Ogni cosa muore d’Amore per l’altra.” 

    Ti auguro il meglio.

Perché giocare è fare yoga?

Perché giochiamo?

“Giocare è una pulsione biologica”1, un fatto cellulare, mitocondriale. “Questo diventa evidente quando osserviamo i giovani mammiferi che interagiscono: lo fanno giocando, azzuffandosi e ruzzolando insieme a terra. Se i cuccioli vengono deprivati della loro dose quotidiana di gioco, il giorno seguente sentiranno di dover giocare di più, in modo proporzionale al tempo sottratto al gioco il giorno precedente, come se ci fosse la necessità di compensare una perdita.”2 Se ai cuccioli viene sottratto il tempo del gioco questo genera frustrazione: l’azione inespressa nel gioco si accumula e diventa una  iper-azione, con un potenziale non più indirizzato allo scoprire, al conoscere direttamente. Il gioco è la prima forma di conoscenza e il primo movimento verso l’esterno, a partire dalla percezione di un bisogno interno. 

La marcatura dei limiti.

“Una seduta di gioco inizia con una postura di invito, se questo invito viene accettato il gioco ha inizio”3: quindi il gioco è anche un rituale, molto primordiale, assomiglia molto ad una cerimonia di passaggio. “Per comprendere l’importanza di questo impulso biologico possiamo osservare come, è attraverso il gioco che apprendiamo il concetto di limite, cosa è socialmente accettabile cosa non lo è: quando il gioco non è più divertente per uno dei partecipanti, si smette di giocare, spesso si afferma che “non è giusto”, così il gioco finisce, il limite è stato raggiunto”4, abbiamo modo così di osservare l’impatto del nostro agire nell’orizzonte percettivo dell’altro. “La marcatura dei limiti è necessaria per la formazione spontanea ed il mantenimento di gruppi sociali stabili.”5 

Perché è importante giocare e continuare a farlo?

“Gli esseri umani prendono parte a giochi di simulazione in cui i partecipanti hanno ruoli sociali diversi (ad esempio: madre-neonato, insegnante-alunno, giocare al dottore, a guardie e ladri, ecc.)”6, in questo emerge un primo contatto con il contesto socio-culturale nel quale ci troveremo a crescere dopo essere stati messi al mondo: è il nostro modo di prendere le misure e capire i ruoli e i personaggi in gioco. Approcciamo all’esistenza come ad un gioco di ruolo, esploriamo limiti e possibilità dei personaggi per comprendere in che direzione poterci orientare. “Un’altra fondamentale funzione biologica del gioco richiede di prendere in considerazione i sentimenti altrui, se non lo facciamo nessuno vorrà giocare con noi”7, se non siamo in ascolto di come si sentono gli altri a giocare con noi, verremo privatə del piacere che si prova a giocare. Il gioco, in questo senso, è un contesto efficace e protetto per studiare come relazionarci in modo equilibrato e soddisfacente con l’altro da noi. “Questo, a quanto pare, è il motivo per cui il gioco fa parte da sempre del nostro processo evolutivo, perché è così piacevole e soffriamo quando non possiamo giocare: il gioco promuove la costituzione dei contatti sociali essenziali per la nostra vita. In breve, è il più importante veicolo per lo sviluppo dell’empatia.”8 

Lo yoga è un gioco molto antico.

In questo contesto yoga è uno strumento d’osservazione, un meta-stato in cui la nostra capacità d’osservazione si fa più acuta e puntuale, più libera e giocosa. Allora diventa possibile approcciare gli āsana giocando ad abitare tutto il corpo, esplorandone possibilità e limiti. Ascoltare il respiro involontario come il giocare dell’esterno con lo spazio del corpo: l’intorno che gioca con l’interno, sentirci respirati. La meditazione è il gioco che mettiamo in pratica quando ci arrendiamo e assumiamo completamente la forma e il sentire di quello che percepiamo, fino a perdere il concetto di limite, di forma e membrana. Che succede se ci concediamo un libero spazio d’interazione e dialogo, uno spazio in cui incontrare noi stessə nel gioco? Quando i tre stati evolutivi della nostra mente (psiche): la mente infantile, la mente adolescente, la mente adulta, dialogano e trovano il loro modo di stare insieme, allora avviene lo yoga, l’integrazione di tutte le versioni di noi stessə. Sempre più spesso sentiamo di volerci liberare dai ricordi, dalle sofferenze passate, vorremmo cambiare e diventare qualcos’altro, qualcunə di migliore, ma che succede se a tutto questo concediamo un libero spazio d’interazione e dialogo? Uno spazio in cui tutte le versioni di ciò che siamo possano incontrarsi e giocare insieme, trovando un modo per coesistere e collaborare è sempre possibile, dobbiamo solo concedercelo e concederlo agli altri. 

Note

1. Solms Mark, La fonte nascosta, un viaggio alle origini della coscienza, Milano, Adelphi, 2023, pp. 150-154.

2. Ibid.

3. Ibid.

4. Ibid.

5. Ibid. 

6. Ibid.

7. Ibid. 

8. Ibid.

Arrabbiarsi è sbagliato?

Fra le emozioni primarie, la rabbia, è forse quella verso la quale abbiamo più preconcetti. Nelle società contemporanee la rabbia non trova posto, anche perché esiste l’abitudine, ormai radicata, a classificare  le emozioni in positive o negative. La rabbia l’abbiamo messa insieme a quelle negative, che non sta bene provare. Se osserviamo meglio le emozioni primarie, scopriamo che ci sono delle emozioni che attivano il nostro sistema psicofisico, mentre ce ne sono altre che lo inibiscono: la rabbia è iperattivazione del corpo e della mente. Per comprendere più efficacemente in che modo la percezione degli stati emotivi possa cambiare il nostro stato mentale, occorre osservare la chimica delle emozioni.

I sentimenti

Le cinque emozioni primarie (gioia, rabbia, paura, tristezza e disgusto) vengono generate nel nostro continuum mentale, a partire da un complesso sistema chimico di interazione fra i nostri sensi e gli stimoli esterni. Questa relazione viene rielaborata dal cervello dando origine alle emozioni secondarie (invidia, vergogna, rimorso, delusione, offesa, odio, nostalgia, speranza, gelosia) più complesse, che presentano una sfumatura soggettiva, di carattere socio-culturale, riguardo alle esperienze vissute. Quando una percezione emotiva si fissa nella nostra memoria, perché tendiamo ad attaccarci o a rifiutare quella specifica emozione, allora creiamo un traccia: l’esperienza emotiva. L’esperienza emotiva potrà generare un condizionamento che influenzerà le nostre azioni future. In questo modo il nostro cervello tende a rielaborare la memoria emotiva a fronte di nuove esperienze, creando così la sfera dei sentimenti, il cui nucleo è quel qualcosa che chiamiamo affettività. Il nucleo affettivo ci permette ad esempio, di provare empatia per l’altrui condizione mentale e di creare delle relazioni sociali stabili.

La chimica delle emozioni      

Il substrato primario di tutto questo complesso mondo degli stati mentali, è di natura essenzialmente chimica. La chimica è il modo degli esseri umani di schematizzare e padroneggiare fenomeni naturali che evolvono secondo precise informazioni e leggi. Le reazioni neurovegetative che s’innescano a fronte di uno stimolo, interno o esterno (che chiamiamo emozioni), sono generate da due sistemi presenti nel nostro organismo:

    • Il  sistema nervoso centrale:  il cervello che riceve gli stimoli sensoriali e li rielabora, rilasciando alcuni mediatori chimici che conosciamo come neurotrasmettitori.
    • Il sistema endocrino: che viene stimolato dai neurotrasmettitori e che in risposta produce specifiche classi di ormoni. Gli ormoni attivano, o inibiscono, alcuni organi del corpo fisico in modo che possano fornire la risposta comportamentale più adatta, al fine di garantire la sopravvivenza dell’organismo.

Molti di questi mediatori chimici li conosciamo e sempre più entrano a far parte dei termini che utilizziamo quotidianamente. Alcuni hanno funzione stimolante, altri inibitoria, vediamo alcuni:

    • La serotonina: potenzia l’efficacia dei collegamenti neuronali, agendo nello spazio sinaptico. Dalla serotonina dipende l’efficienza di alcune aree cerebrali, come ad esempio la corteccia. La sua carenza può innescare lo stato depressivo.
    • Le endorfine: le abbiamo definite degli oppioidi endogeni, perché hanno lo stesso effetto dell’oppio sull’organismo, generano un profondo e diffuso senso di benessere.
    • La dopamina: è un neurotrasmettitore che può svolgere sia una funzione stimolante che inibitoria, a seconda del recettore neuronale che la intercetta. Si tratta di una molecola fondamentale per alcune funzioni importanti, come il movimento, l’attenzione, l’apprendimento e la dipendenza (attaccamento).
    • L’istamina: viene rilasciata a livello neuronale quando il nostro normale stato di attenzione vira verso la stato di allerta, di preoccupazione o ansietà, decretando l’attivazione simultanea di diverse aree cerebrali, coinvolte nella risposta allo stimolo percepito.
    • L’adrenalina: a seguito della percezione dello stato di allerta, decreta un’ attivazione del sistema cardiocircolatorio e del sistema nervoso centrale, ottimizzando così le prestazioni fisiche e cognitive a fronte di una minaccia imminente.
    • La melatonina: insieme all’adenosina, regola il passaggio dallo stato di veglia a quello di sonno, fondamentale per la salute del sistema nervoso e di tutte le cellule del nostro corpo in quanto regola il ritmo circadiano del’organismo.

Ecco invece alcuni esempi di ormoni che hanno un ruolo primario in relazione alla percezione delle emozioni primarie:

    • Il cortisolo: spesso definito ormone dello stress, svolge una funzione stimolante in presenza di stati di allerta reale o potenziale. Viene prodotto in grandi quantità quando ci sentiamo in pericolo, a disagio e proviamo insicurezza. Assolve un ruolo importante anche come inibitore, per il risparmio delle energie fisiche e psichiche, in vista di massimizzare gli sforzi prolungati, come nel caso di lunghi periodi di astinenza da cibo o acqua.
    • Il testosterone: è l’ormone dell’aggressività e dell’attività prolungata. Ci rende attivi e aumenta il livello di attenzione, aumentando così la nostra capacità di comprensione e controllo della situazione.
    • L’ossitocina: lo abbiamo definito l’ormone dell’attaccamento. Viene rilasciato in grandi quantità nel corpo delle gestanti, creando il senso di attaccamento della madre verso la prole. A tutti gli effetti si tratta dell’ormone della socialità, e della gentilezza amichevole. Ci permette di instaurare delle relazioni stabili e di essere accoglienti e gentili verso gli altri.

A questo punto è importante ricordare che entrambi, neurotrasmettitori ed ormoni, vengono rilasciati nell’organismo quando le emozioni sono generate e noi iniziamo a percepirle, decretando così delle reazioni neurovegetative che coinvolgono in varia misura gli organi interni, modificandone il funzionamento. Questo crea molte sensazioni diverse e diffuse, nelle varie regioni del corpo.

Dove nascono le emozioni

Il rilascio nel corpo di neurotrasmettitori ed ormoni in risposta a fenomeni esterni o interni, avviene in un modo predefinito, decretato da un lungo processo di selezione naturale degli stimoli necessari più utili alla sopravvivenza della specie. Oggi sappiamo che le emozioni primarie sono generate nel livello sottocorticale del nostro cervello, nella regione del sistema limbico. Questa regione si trova in uno strato abbastanza antico del nostro cervello, ed è per questo che le emozioni primarie innescano reazioni anche molto intense dalla rapida insorgenza e dal rapido riassorbimento: perché nascono in relazione alla percezione di situazioni di emergenza. Le emozioni secondarie invece, più connesse alla nostra breve esperienza soggettiva, si formano più lentamente, stratificandosi nel tempo. Sono anche più durature delle emozioni primarie perché vengono mediate dalla corteccia frontale, che ne rielabora in parte il contenuto e la funzione reale. Le emozioni secondarie infatti sono più connesse alla sopravvivenza dell’individuo nel contesto sociale e storico che si trova a vivere, per questo sono spesso in conflitto con le emozioni primarie e possono regolarne gli impulsi profondi. Non è un mistero che nelle società di esseri umani i bisogni e gli impulsi individuali passano in secondo piano, rispetto ai bisogni e alle esigenze della collettività.

Cos’è la rabbia

Appare ora più chiaro come la rabbia sia, fra le emozioni primarie, quella che sperimentiamo più spesso nel contesto storico e sociale nel quale ci troviamo a vivere. Per moltə di noi, oggi, la rabbia è la risposta aggressiva dell’individuo ad una situazione che richiede di raccogliere e concentrare tutte le energie disponibili, al fine di ribellarsi ad una situazione di pericolo o per far rispettare la propria posizione sociale, i propri valori e le proprie idee. Purtroppo questa è solo l’interpretazione più superficiale e diffusa, mentre, per nostra fortuna, la rabbia ha molto altro da insegnarci.

Una risorsa preziosa che non sappiamo come utilizzare

Come tutte le emozioni primarie, anche la rabbia ha senso soltanto se la prendiamo per ciò che è: una complessa struttura informativa che ci mette al corrente della situazione attuale in cui ci troviamo. Non possiamo mentire alle emozioni. Magari siamo stanchə e distrattə, e non riusciamo a percepire con chiarezza in che situazione ci troviamo, così arriva un’emozione primaria e subito nel nostro sistema psico-fisico tutto cambia e noi siamo costrettə ad aprire gli occhi e ad agire in relazione al contesto. La rabbia ci mette soltanto al corrente che fra un bisogno del nostro organismo e la risorsa che può soddisfarlo, c’è un ostacolo. Da qui in poi la macchina biochimica endogena, attiva il nostro sistema per interagire con l’ostacolo in maniera tale da farci raggiungere la risorsa di cui abbiamo bisogno. La rabbia quindi è una risorsa preziosa che abbiamo costantemente a disposizione. Ogni volta che nella nostra vita quotidiana contattiamo una difficoltà, un problema da risolvere, un ostacolo di qualsiasi natura, allora ci sarà la rabbia ad attivare tutto il nostro organismo per concentrare le energie creando in noi una forte determinazione a raggiungere ciò di cui abbiamo bisogno. Da questo punto di vista la rabbia è l’emozione della determinazione e della tenacia, due qualità fondamentali per tenere in vita un organismo.

Rabbia e aggressività sono la stessa cosa?

Quando proviamo rabbia, nel nostro organismo c’è già in circolo un bel mix di molecole che sta creando le basi per la nostra azione nella realtà del nostro vissuto. Grazie all’istamina, all’adrenalina, al cortisolo e al testosterone, sperimentiamo una forte sensazione di tensione generale. Il battito del cuore aumenta, i muscoli si tendono riempiendosi di sangue, il respiro diventa veloce, il sangue aumenta nella zona della testa per fare arrivare più ossigeno alle cellule neuronali, e molto altro accade affinché tutto sia pronto per creare la strategia migliore per raggiungere la nostra risorsa, che si trova al di là dell’ostacolo percepito. A questo punto abbiamo due strade da seguire: una è quella del comportamento aggressivo, se percepiamo l’ostacolo come una minaccia e proviamo paura per noi stessə; l’altra strada è quella dell’osservazione e quindi della comprensione della natura dell’ostacolo. Seguendo questa seconda via abbiamo l’opportunità di trasformare ogni ostacolo in una risorsa, entrando in dialogo e trovando una mediazione con l’ostacolo stesso. In questo senso trasformiamo l’aggressività (aggregare al sé) in integrazione, inglobando l’ostacolo e trasformandolo così in una risorsa.

Trasformare la rabbia in meditazione

Più di 2.500 anni fa il Buddha Siddhartha Gautama scoprì l’importanza del meditare sulle sensazioni fisiche. Meditando sviluppiamo la capacità di concentrare la nostra attenzione per indagare la natura profonda di qualsiasi fenomeno. Ogni volta che un’emozione si manifesta, noi ce ne accorgiamo perché nel corpo iniziano ad essere presenti molte diverse sensazioni. Ad esempio alcune delle sensazioni più grossolane che possiamo percepire quando contattiamo la rabbia sono: la tensione fisica in alcune aree del corpo, il calore, il senso di costipazione e la necessità di rilasciare la tensione che si accumula, i visceri che si contraggono, ecc. Quando percepiamo queste sensazioni fisiche allora abbiamo una grande opportunità d’interrompere la catena delle reazioni mentali agli eventi che sperimentiamo vivendo. Se la nostra mente è confusa, offuscata e perennemente agitata, allora difficilmente ci renderemo conto delle sensazioni, che pure sono presenti in tutto il nostro corpo, così soltanto quando sarà troppo tardi ci sentiremo così arrabbiatə che non potremo fare altro che esplodere, sfogandoci con chi c’è intorno a noi. Se invece quotidianamente coltiviamo l’osservazione equanime delle sensazioni fisiche, ci renderemo conto con molto anticipo del processo della rabbia che si sta innescando. Avremo così tutto il tempo di capire che siamo di fronte ad un ostacolo, potremo individuarne la natura, instaurare un contatto ed un dialogo con l’ostacolo, e trovare una via di mediazione per raggiungere la nostra risorsa o almeno la consapevolezza che deriva dall’aver osservato e compreso qual’è l’ostacolo. Questa è la pratica della calma. La calma che ci permette di gestire la rabbia, è la pace mentale, non possiamo trovarla da qualche parte, è necessario coltivarla e farla germogliare nella nostra mente, avendo cura di irrigarla con la nostra attenzione, ogni giorno.

I problemi, le difficoltà e la terza via

Nel vivere la nostra esperienza di vita quotidiana entriamo costantemente in contatto con molte difficoltà e ostacoli, più o meno grandi. Ogni giorno possiamo sperimentare una forte dose di frustrazione e accumulare grandi tensioni, proprio perché non sappiamo cosa fare al cospetto di emozioni come la rabbia. Così, il più delle volte, non facciamo nulla o esplodiamo in mille pezzi. La via dello yoga e della meditazione ci permettono di trovare sempre la terza via, la relazione che unisce gli estremi di ogni scelta. Tra l’inazione e la reazione c’è una terza possibilità: la disciplina della contemplazione. Il senso della parola disciplina è per le società occidentali molto lontano dal suo reale significato. Disciplina deriva da discepolo, sono discepoli coloro che stanno imparando. Quindi disciplina è la continua disposizione a rendersi sempre capaci di apprendere da ciò che accade. Se siamo disciplinati allora significa che stiamo imparando da noi stessə, dal nostro vivere con attenzione vigile e sempre rinnovata.

Rajas

La rabbia è rajas, uno dei tre gua, un concetto che riguarda la cosmogonia e la psicologia sviluppato dalla scuola filosofica indù khya. I gua sono tre (rajas, tamas, sattva) componenti fondamentali di tutto ciò che è manifesto (prakti) e percepiamo attraverso i sensi. Rajas è una tendenza, un movimento, una qualità innata, archetipica che dà origine all’energia, all’azione, alla trasformazione. Rajas è l’energia che produce il cambiamento, lo sconvolgimento, la creatività: è la metamorfosi. Quando Rajas predomina si verificano turbolenze, squilibri, dissonanze e tutto deve riorganizzarsi per poi riconfigurarsi in una modalità che permetterà di aggirare, o superare la turbolenza, ristabilendo l’equilibrio temporaneo delle forze in gioco (sattva). Rajas è l’entropia che conduce la materia, temporaneamente aggregata, alla disintegrazione, alla perdita delle certezze, degli equilibri, delle informazioni che la tengono insieme: è grazie a rajas che la creazione viene sostenuta, è continua ed eterna ai nostri occhi di viventi. Lo sappiamo già da molto tempo e oggi troviamo nuove conferme: la rabbia è il motore dell’evoluzione e la scintilla che tiene accesa la continua omeostasi del nostro corpo fisico. Forse, alla luce di questi fatti, possiamo provare a far pace con la rabbia e a guardarla con occhi meno diffidenti e giudiziosi.

Buona rabbia a te che leggi.

Il lato oscuro della gioia.

Ti sarà capitato molte volte di provare una grande gioia dopo aver realizzato un desiderio a cui aspiravi da molto tempo. Più hai lottato, più hai perseverato per raggiungere quell’obiettivo, più la gioia che provi è grande. Funziona proprio così: in questo modo siamo arrivati fin qui.

Le cinque emozioni primarie

Come tutte le emozioni primarie, anche la gioia è fondamentale per la nostra sopravvivenza.  Ognuna delle cinque emozioni primarie (gioia, rabbia, tristezza, paura, disgusto) funziona come un complesso sistema di comunicazione che il nostro organismo utilizza per codificare la nostra reazione in relazione ad uno stimolo, o evento, di natura esterna oppure interna. Dobbiamo aver chiaro questo punto: le emozioni sono un sottosistema di informazione che ci dice cose che riguardano il nostro stato mentale nel momento in cui le percepiamo. In altre parole le emozioni sono informazioni di origine endogena dalle quale possiamo comprendere in che modo agire in futuro, in relazione ad uno stimolo simile sperimentato in precedenza.

Come riconosciamo la gioia

Se ci concentriamo ad osservare come si manifesta in noi l’emozione della gioia, possiamo renderci conto che in tutti gli esseri viventi la manifestazione della gioia assume delle caratteristiche ben definibili: si sorride (anche alcuni animali lo fanno), si strizzano gli occhi, aumenta la lacrimazione, il battito cardiaco, il flusso sanguigno, cambia il nostro modo di respirare.  Questo innesca nel nostro sistema una serie di reazioni a catena di natura biochimica che rilasciano nello spazio sinaptico determinati neurotrasmettitori (serotonina, dopamina, endocannabinoidi, ossitocina) che hanno un ruolo fondamentale nella creazione di un condizionamento comportamentale.

L’eterna ricerca

Molti di noi sono alla ricerca della gioia, ma non è così semplice raggiungere o ricreare un evento che ci porti a sperimentare la gioia (la sensazione che proviamo in seguito al rilascio di alcune sostanze chimiche endogene). Per comprendere perché alla volte è difficile entrare in contatto con la gioia, occorre osservarne la natura, a partire dal fatto che la gioia è strettamente correlata ad un’altra emozione primaria: la rabbia. Comprendere la gioia e la rabbia, per i praticanti di yoga ha un significato di natura primaria, in quanto gioia e rabbia rappresentano due estremi comportamentali per l’essere umano: desiderio e avversione. Noi esseri umani sperimentiamo desiderio (gioia) e avversione (rabbia), tutte le volte che raggiungiamo o meno una risorsa capace di soddisfare un nostro bisogno, non importa che sia primario o meno. Tutte le volte che fra noi e il soddisfacimento del nostro bisogno c’è un ostacolo di qualsiasi natura, proviamo avversione nei confronti dell’ostacolo, della situazione; allo stesso modo tutte le volte che, dopo aver aggirato o distrutto l’ostacolo, riusciamo a soddisfare il nostro bisogno, sperimentiamo appagamento, piacere che creerà un nuovo desiderio. Proprio così, non appena abbiamo raggiunto un obbiettivo questo ci permette di mirare ad un nuovo obbiettivo, di desiderare di raggiungerlo e così la nostra azione nel mondo viene perpetuata. Potremmo dire che tutto il mondo, così come lo conosciamo attraverso i sensi, ha origine dal desiderio, dalla sensazione di gioia. Quindi il desiderio (gioia) corrisponde con l’avversione (rabbia) quando non ci sono ostacoli fra noi e il nostro obiettivo. In altre parole gioia e rabbia condividono la medesima natura.

Come funziona la gioia vista da dentro

Immaginiamo di trovarci in una condizione estrema: siamo in una foresta, abbiamo finito il cibo e dobbiamo cercarne dell’altro. Percepiamo il bisogno del corpo di essere nutrito e subito inizia la ricerca perché abbiamo desiderio del cibo. Dopo varie peregrinazioni, la fame è molta, finalmente troviamo un bellissimo albero di mele selvatiche, ne prendiamo alcune e le mangiamo. Quello che proviamo è esattamente gioia, appagamento, dato dal senso di sazietà dopo il pasto. Questo schema ha avuto successo, percepita la fame ci siamo messi in cerca del cibo e abbiamo trovato un albero con dei frutti, li abbiamo mangiati soddisfacendo così il bisogno. Ovviamente in questo caso si tratta di un bisogno primario, fondamentale per tenere il corpo in vita, così questa strategia deve essere demarcata con una connotazione positiva, che dobbiamo desiderare di raggiungere in futuro proprio per sfamarci di nuovo. Il nostro corpo produce così delle sostanze dalle quali diventiamo dipendenti, e che vengono rilasciate solo in occasione di una strategia di successo (quando riusciamo ad esaudire un bisogno, in questo caso di cibo). Così scopriamo che il desiderio nasce da un bisogno, ed è necessario a tenere in vita il corpo fisico. Quindi il desiderio ha senso per il corpo.

La gioia riguarda noi o gli altri?

La gioia è un’emozione primaria che riguarda strettamente noi, non gli altri, ci informa del fatto che i comportamenti, le strategie, messe in atto per raggiungere una determinata risorsa hanno avuto successo, questa è un’informazione utile agli esseri viventi in termini di vantaggio evolutivo: denotando positivamente (attraverso il rilascio di molecole chimiche endogene) i comportamenti vantaggiosi, saremo in grado di selezionarli fra i vari possibili, in una situazione in cui ci è necessario raggiungere una risorsa che ci occorre. Il rilascio di neurotrasmettitori che ci fanno sperimentare piacere, ci fa diventare dipendenti dai comportamenti vantaggiosi in termini evolutivi che hanno il valore di una ricompensa: se fumate sapete cosa significa, se accendete la sigaretta quando sentite di meritarvela, il piacere che provate è molto più intenso e alimenterà il desiderio della sigaretta successiva, questo accade con tutto quello che ci da piacere. Possiamo diventare dipendenti da tutto ciò che ci provoca piacere.

Come nasce il desiderio?

Quando si tratta di bisogni primari, il nostro corpo ci fa sentire desiderio per ciò che lo può tenere in vita: desidera cibo, desidera un riparo, desidera accoppiarsi per riprodurre se stesso. Ti è mai capitato di chiederti: “Da quanto tempo non faccio cose che mi danno piacere? Devo fare qualcosa per me stessa, per me stesso, è giusto, non posso pensare sempre agli altri, vengo prima io! Se non penso prima a me non potrò mai aiutare gli altri”. Il corpo ci parla in vari modi e spesso crediamo che i bisogni del corpo siano sempre tutti reali e primari.   

La risorsa

Nei momenti in cui la sofferenza è alta, ci è capitato di chiederci perché non possiamo provare sempre gioia, se è così piacevole, perché non si può rimanere solo in quello stato? Spesso soffriamo infatti quando non c’è gioia, quando non riusciamo a raggiungere la risorsa che ci occorre, questo accade per un motivo semplice: la scarsità delle risorse, non tutte le risorse sono sempre accessibili e disponibili per tutti i viventi. Ad esempio nelle città, dove c’è un’alta densità di esseri umani e di risorse, c’è sempre anche molta sofferenza. Purtroppo anche se cerchiamo di concentrare le risorse, di difenderle a vantaggio di alcuni gruppi di esseri umani, quelle stesse risorse non saranno mai disponibili per tutti facilmente.

Bisogni individuali e bisogni collettivi

Nasce così un dilemma di ordine culturale: il concetto di vantaggio, di piacere, di beneficio personale soggettivo, non è visto di buon occhio nelle società di esseri umani, per converso ci troviamo a fare sempre di più per avere risorse a disposizione che sembrano non essere mai abbastanza. Ad un certo punto ci rendiamo conto che ci sono dei comportamenti istintivi (nutrirsi, riprodursi, riposare, ecc.) che in un contesto socio-culturale debbono essere visti come qualcosa da amministrare saggiamente. Lo troviamo anche in tutte le religioni, che sono modi arcaici di gestire gruppi di esseri umani sotto l’egida di alcuni principi fondamentali che rendano possibile la convivenza. La gola, la lussuria, l’accidia, ad esempio, sono visti come vizi capitali in alcuni contesti sociali e religiosi, come eccessi di alcuni comportamenti che di per se sono necessari a perpetrare la vita di una specie di viventi (appunto nutrirsi, riprodursi, riposare). In questo modo si crea un conflitto. I bisogni primari dell’essere umano sono necessari alla sopravvivenza, ma se non vengono regolati allora sono visti come peccaminosi, come dannosi e vanno redarguiti: ad un certo punto la religione non ci è bastata più e siamo arrivati alla legge, una regola comune per trovare il modo di convivere in un luogo finito con risorse finite, con la necessità di continuare a crescere e moltiplicarci. I doveri verso la collettività hanno creato i diritti, non viceversa.

Natura e cultura

Procedendo in questo modo diveniamo sempre più in grado di comprendere la nostra condizione di esseri umani: siamo degli animali, con dei bisogni istintuali soggettivi, che però per sopravvivere hanno bisogno della relazione con altri viventi, con altri esseri umani. Una condizione davvero peculiare, sentiamo di avere un centro, un’individualità eppure ci riconosciamo solo nella pluralità, nella relazione con altro da noi. Sentiamo che non ci sono abbastanza risorse per tutti eppure continuiamo a concentrare gruppi sempre più grandi d’individui in porzioni di territorio sempre più ristrette a causa della disponibilità sempre minore di risorse. In questo modo creiamo il conflitto da sempre presente fra la natura e la cultura degli esseri umani.

La vergogna

Occorre mettere a fuoco un fatto: le società tendono ad inibire i bisogni individuali in presenza di bisogni collettivi, questo ha creato nella nostra struttura psicofisica una nuova emozione secondaria, recente rispetto alla gioia, la chiamiamo vergogna. Per molte e molti di noi, oggi è quasi un automatismo provare vergogna subito dopo aver provato piacere, forse per alcuni addirittura prima di mettere in atto la strategia che li porterà a sperimentare gioia e piacere. 

Ego

In molti ambiti che vengono definiti spirituali, tutte le esperienze che provocano piacere e soddisfazione personale vengono sconsigliate, in quanto tendenze egoistiche in grado di edificare e sostenere l’ego che crea il concetto di individuo. Anche qui siamo di fronte ad un estremo. Risulta così sempre più necessario trovare un modo per raggiungere un equilibrio sano fra bisogni individuali e collettivi. Com’è possibile rimanere in contatto con i propri bisogni individuali, primari, e allo stesso tempo far si che il soddisfacimento di questi bisogni non arrechi danno agli altri individui intorno a noi? Questo è davvero un problema enorme considerato che i bisogni primari dei singoli individui possono manifestarsi in tempi e modi diversi.

Un condizionamento culturale

Possiamo così trovarci ad osservare mentre in noi agisce un automatismo, un condizionamento, in questo caso di origine culturale: appena sperimentiamo l’emozione primaria della gioia, subito in noi nasce l’emozione secondaria, regolante, della vergogna, interrompendo sul nascere una sensazione necessaria e ben più antica. Occorre guardarci bene dalla sensazione di non riuscire più a provare gioia, in quanto la gioia ha a che fare strettamente con la strategia di sopravvivenza del corpo fisico. Se perdiamo la capacità di sperimentare la gioia, allora perdiamo la capacità di discernere cosa è nutrimento e cosa non lo è. Il nutrimento non è solo un fatto fisico, occorre osservare la realtà dell’unione completa del corpo fisico con i processi di natura mentale, psichica. Viviamo anche, e soprattutto, perché continuiamo ad imparare dal nostro vivere, la mente è sempre affamata di nuove esperienze: se iniziamo a provare vergogna per il nostro stare al mondo come esseri umani allora iniziamo a generare uno stato mentale altamente negativo, nel senso che nega la necessità di continuare il viaggio che chiamiamo esistenza, proprio perché non ne vediamo più la necessità. Arrivare a questo non è liberazione, è soltanto nichilismo e negazione della realtà materiale, che pure esiste e si manifesta, nella, e attraverso la mente.

La trappola del dovere

In un contesto simile può accaderci di non provare più gioia per quello che facciamo, una gioia semplice e sempre presente, connessa al momento in cui compiamo le nostre azioni quotidiane. Così facendo cadiamo nella trappola del dovere. Viviamo non più nella gioia che può donarci una sana ed equilibrata quotidianità, ma nella sensazione di avere un dovere, un debito, una missione nei confronti della società che ci ospita. Studiamo per dovere, lavoriamo per dovere, facciamo famiglie per dovere, ecc. Iniziamo a sentire che la gioia va meritata, va conquistata a caro prezzo, con grandi sforzi e quando diventa troppo difficile allora ricorriamo ad altre sostanze, situazioni, comportamenti che ci danno piccole gioie istantanee, provando una grande vergogna subito dopo. Così tutto diventa troppo faticoso, troppo pesante, troppo impegnativo, sentiamo di non avere le risorse per entrare in contatto con la nostra gioia, non la meritiamo e la preziosa risorsa della mente e del corpo fisico collassano su se stessi. Quindi cosa fare?

Semplicemente osservare e comprendere

Le emozioni che sperimentiamo vivendo, vanno osservate, comprese e adattate in relazione al contesto. Sarà capitato a chiunque di trovarsi in un contesto, una situazione, in cui la maggioranza delle persone presenti è in un condizione che non gli consente di provare gioia, invece noi ci sentiamo di ottimo umore e siamo sorridenti. Bene, in quel contesto presto ci sentiremo a disagio, proprio perché magari, in quel momento, altri stanno sperimentando la tristezza, la rabbia o la paura. Quindi occorre ricordare che le emozioni sono informazioni utili a noi, nel momento in cui ne facciamo esperienza, sono la eco del risultato di un nostro pensiero, una nostra parola, una nostra azione: non è per nulla necessario mettere sempre, e continuamente al corrente gli altri delle nostre emozioni. La nostra tendenza a estrovertire le nostre emozioni è denotata anche dai contesti sociali che creiamo abitualmente. Ci capita spesso di ricercare contesti in cui molte persone sono mediamente gioiose per poter esprimere liberamente la nostra gioia (concerti, pub, luoghi d’intrattenimento e pubbliche relazioni in generale). Ci andiamo proprio perché ci va di ritrovare la nostra gioia, magari perduta, o semplicemente per condividerla, esprimerla. Può accadere anche il contrario: non voglio più sentire la gioia, ho capito che non va bene mostrarla, posso ferire qualcuno, allora la reprimo, la spengo sul nascere. Si tratta di un fatto: culturalmente abbiamo creato l’abitudine di esprimere o reprimere le emozioni che sperimentiamo. Abbiamo dimenticato del tutto la terza via, di gran lunga più utile e sana: la possibilità di osservare le emozioni come indicazioni, come grandi possibilità di conoscenza e comprensione del nostro stato mentale. 

La visione profonda

La meditazione è un utile strumento d’osservazione e ovviamente è un mezzo adatto ad osservare anche il sorgere e passare delle nostre emozioni. Se osserviamo con attenzione piena cosa accade quando siamo coscienti di provare un’emozione, ci accorgiamo che in relazione ad ogni emozione (o stato mentale), sperimentiamo in diverse parti del corpo delle sensazioni. Si tratta di sensazioni fisiche, concrete. Sul piano mentale sperimentiamo la nostra emozione, sul piano fisico sperimentiamo le sensazioni corrispondenti, si tratta delle due facce dello stesso foglio. Quando iniziamo a percepire una emozione, invece di reagire ad essa, esprimendola o reprimendola, possiamo andare diritti alle sensazioni fisiche che emergono nel corpo. Non ci interessa perché alcune sensazioni emergano in corrispondenza di determinate emozioni, ci limitiamo ad osservarle durante la nostra meditazione da seduti, oppure durante il flusso delle azioni quotidiane. Ciò che emergerà chiaramente, e senza troppo sforzo, sarà la dinamica di tutte queste sensazioni: ogni sensazione che percepiamo, sorge, permane per qualche tempo, poi inevitabilmente passa, si dissolve, diventa altro. Procedendo in questo modo ci accorgeremo del fatto che, anche le emozioni che affiorano nel piano mentale, seguono la medesima dinamica delle sensazioni: sorgono e passano, non durano, non permangono uguali a loro stesse, sono in transito. 

Tornare a casa

Nella lingua tibetana del Dharma, il termine Yoga è composto da due sillabe རྣལ་འབྱོར་. La sillaba རྣལ་ (rnal), ha come significato il riposo, la possibilità di rimanere tranquilli, senza agitazione del corpo o della mente. La sillaba འབྱོར་ (‘byor), ha come significato l’ottenimento, il raggiungimento, il ritorno a qualcosa, ad una determinata condizione. Allora chi pratica lo Yoga è chi torna a permanere in uno stato tranquillo, senza agitazione di mente e corpo. Quando ci si trova in un tale stato allora è possibile osservare e analizzare la reale portata di tutti i fenomeni, sia interiori che esteriori.

L’azione incondizionata

Così, avendo osservato le emozioni sul piano fisico e mentale, saremo in grado di comprenderle e la nostra azione non sarà più condizionata da questi movimenti, sarà adeguata al contesto ed efficace, senza generare danno alcuno per gli altri o per noi. Ci sono altri mezzi, magari la meditazione non è l’unico, ma è il più antico e rodato sistema di concentrazione e osservazione. Soltanto una mente concentrata, attenta, può generare un’azione adeguata, misurata, adatta al contesto. Se questo non accade ci saranno solo reazioni ad impulsi istintuali per noi indecifrabili, sarà impossibile comprendere che tutta la nostra sofferenza è causata da noi stessi, dai nostri pensieri, dalle nostre parole, dalle nostre azioni condizionate dal passato.

Yoga, scienza spirituale o strumento geopolitico?

Mentre scrivo e tu leggi, nel mondo ci sono circa 300 milioni di persone che praticano yoga. Un dato impressionante se si pensa che non troppo tempo fa (agli inizi del XX sec.), lo yoga non era così famoso, nemmeno in India. Fin dai primordi, la pratica di questa antichissima disciplina interessava piccoli e sporadici gruppi di individui che vivevano fuori dalle cittadelle e lontani dalle prime società che si andavano formando: questi erano gli śramaṇa¹. Questo termine, śramaṇa, è riferito ai monaci rinuncianti e sta ad indicare chi intraprende una via ascetica, di rinuncia: un duro lavoro interiore di purificazione in cerca di qualcosa di superiore, non accessibile nell’immediato agli individui che conducono un’esistenza comune.

Lo yoga per tutti.

Grazie all’opera di Tirumalai Krishnamacharya (1888 – 1989), lo yoga improvvisamente inizia a diventare molto famoso e diffuso anche al di fuori dell’India. Ovviamente prima di lui altri avevano iniziato a diffondere lo yoga in occidente, possiamo pensare all’importante e precoce lavoro di Swami Vivekananda e poi di Paramahansa Yogananda. Cosa aveva compreso Krishnamacharya, che altri prima di lui non erano riusciti a mettere a fuoco altrettanto chiaramente?

L’eterna ricerca del benessere.

Gli inizi del XX secolo rappresentano per l’umanità un momento di intenso dinamismo del sapere e di rapida crescita delle attività produttive, ovviamente tutto deriva da un possente cambiamento della mente dell’essere umano, che in quell’epoca storica subisce l’ennesimo forte scossone. La nascita di un ideale di benessere sempre più alla portata di tutti, o quasi, giustifica la scelta di un’industrializzazione inarrestabile e crea un precedente nell’enorme cambiamento dell’assetto geopolitico mondiale, che porterà a sua volta a generare enormi tensioni, sociali, culturali e politiche, per la difesa di quel benessere sempre più visibile e raggiungibile e che sfocerà nei due conflitti mondiali. Nei secoli precedenti era decaduta la nozione di ricchezza in relazione ad un titolo nobiliare: quel benessere nobiliare ora è disponibile per tutti a patto di sposare le dure leggi di mercato che implicano l’inizio di una crescita che non potrà mai e poi mai diventare una decrescita. Questo è il momento storico in cui si afferma, sempre più chiaramente e con un’accezione positiva, il concetto di individualità, che ora è tutelato e sostenuto da leggi e sistemi, sempre più complessi e strutturati: occorre lottare per proteggere e mantenere il benessere conquistato. Soprattutto nella cultura occidentale questo ideale attecchisce e riscuote molto successo, del resto già in passato i prodromi di questo modello socioculturale, erano stati posti in essere da civiltà come ad esempio i Romani, ma ancora prima di loro questo schema era emerso e, a seguito di grandi catastrofi e pandemie, era tornato di nuovo nell’oblio. Siamo quindi di fronte ad una tendenza della mente umana: ottenere sempre più soddisfazione anche a scapito dell’altro da noi.

Come lo yoga è stato semplificato.

Krishnamacharya, da grande osservatore, comprende tutto questo e capisce che, affinché la pratica dello yoga possa tornare in auge, occorre renderla adatta alla mente dell’essere umano moderno. Parte dal semplificare l’intera struttura della disciplina, eliminando quasi completamente la meditazione statica e i forti e ridondanti elementi che fanno riferimento al lato più spirituale della pratica. Krishnamacharya, suo figlio T.K.V. Desikachar, ed il suo allievo Patthabi Jois (inventore dell’Ashtanga Vinyasa Yoga), ma anche personaggi come B.K.S. Iyengar, Bikram Choudhury, e molti altri altri insegnanti di quel particolare periodo storico, sono i padri dello yoga moderno, forse anche contemporaneo, in quanto grazie al loro operato lo yoga abbandona la dimensione “autentica” per adattarsi alle esigenze, ed aspettative, dell’essere umano moderno. Questo uomo nuovo, ricerca disperatamente il benessere e la soddisfazione, che lo portano ad una esagerata attenzione al tema della salute, pur non volendo ascoltare e conoscere le esigenze biologiche del proprio corpo. Occorre ricordare che pratiche come lo Hatha Yoga, sono state codificate e descritte in epoche relativamente recenti: i testi che descrivono lo yoga, che è arrivato sino a noi oggi (Hatha Yoga Pradipika, Gheranda Samhita, Shiva Samhita), sono stati scritti tutti tra il X ed il XVIII secolo d. C., quindi davvero molto recenti e decisamente non “tradizionali” o facenti riferimento allo yoga delle origini, che sembra invece essere riferito alle pratiche del tantrismo, risalenti a più di 3500 anni fa, presenti e ben radicate in tutto il subcontinente indiano già prima delle prime incursione ariane.

Si può ancora parlare di yoga?

Ovviamente tutto evolve, cambia e si trasforma, quindi anche quella cosa che ancora chiamiamo yoga è cambiata così tante volte che, forse, non avrebbe più senso continuare a chiamarla con lo stesso nome. Per questo oggi siamo invasi da così tanti approcci, o stili di yoga, che è diventato davvero difficile capire da dove iniziare. Ogni volta che nasce un nuovo approccio, si tenta di risalire alle origini: sembra quasi di trovarci in un momento di rifiuto per la realtà, dove sentiamo la necessità di tornare ad un contesto dove tutto era più puro, semplice e meno strutturato. Si tratta però di un miraggio, non è possibile comprendere le radici dello yoga a meno che non le andiamo a ricercare esplorando temi quali la natura della mente e del sé, esplorando il fenomeno che chiamiamo vita che ci riguarda tutti così da vicino.

Lo yoga di oggi è anche uno strumento geopolitico.

Grazie alla riforma operata a partire da Krishnamacharya, lo yoga si trasforma da una disciplina destinata a pochi, ad un successo globale. Dal 2012 al 2016 il numero di praticanti, soltanto in America, è più che raddoppiato passando da 4 a 10 milioni. In India dal 2014 Narendra Modi è divenuto primo ministro e ha scelto di adottare lo yoga come un potente strumento di gestione e di potere. Suo obiettivo dichiarato è quello di affermare, sul territorio nazionale, un forte nazionalismo connesso all’Induismo. Questo dovrebbe dare un obiettivo ed un senso comune all’enorme numero di esseri viventi che si trovano attualmente a vivere nel subcontinente indiano ( 1.394.306.208 abitanti, con una densità di 464 abitanti/km² ). Il premier Modi, subito dopo la sua elezione, ha creato un ministero dello yoga, nel 2015 ha indetto la prima Giornata Mondiale dello Yoga e nel 2016 ha ottenuto presso L’UNESCO, il riconoscimento dello yoga come patrimonio immateriale dell’umanità. Narendra Modi, sostenuto dal suo partito Bharatiya Janata Party (BJP), nutre un sentimento nazionalistico autoritario ed egemonico, si definisce come un guardiano della nazione, che sente fortemente minacciata dalla minoranza musulmana (13% della popolazione totale). Tutto questo ha creato India delle enormi tensioni interne, dove lo yoga, ancora una volta, è stato trasformato da strumento per l’evoluzione del potenziale della mente umana, a stendardo di una contesa sempre più accesa fra nazionalisti hindu e le altre minoranze. Attualmente l’Uttar Pradesh è lo stato più densamente popolato dell’India, dal 2017 in questo stato la pratica dello yoga è divenuta obbligatoria in tutte le scuole, mentre dal 2019 in tutte le Università dell’India è obbligatorio celebrare la Giornata Mondiale dello Yoga. Alcune decisioni del premier come l’abrogazione dello statuto autonomo per la regione del Kashmir, e l’inasprirsi delle tensioni militari con il vicino Pakistan, hanno portato lo stato Indiano al centro delle attenzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, visto che sia l’India che il Pakistan, sono delle potenze nucleari². Il premier Modi è apparso più volte sulle principali testate giornalistiche, mentre pratica le posizioni dello yoga o mentre si ritira in meditazione nelle caverne di Gangotri.

Lo yoga come strumento di potere.

Osservando tutto questo non si può fare a meno di notare come l’essere umano, nel corso dei millenni, ha continuamente interpretato, adattato e utilizzato la pratica dello yoga per l’ottenimento della sua soddisfazione individuale ed il mantenimento di uno status socioculturale conquistato faticosamente e con metodi violenti. Per chi studia e pratica yoga oggi, tutto questo può risultare un’enorme contraddizione, un sovvertimento in termini di prospettive e ordine tradizionale. Alla luce di questi fatti sarebbe lecito chiedersi se è davvero possibile parlare di tradizione per quanto riguarda lo yoga, oppure semplicemente, anche in epoche molto precedenti alla nostra, questo enorme concetto culturale che abbiamo chiamato yoga non sia stato da sempre utilizzato da piccoli o grandi gruppi di esseri umani come strumento per realizzare un’enorme, complessa e forse utopica, scultura sociale.

Allora cos’è yoga?

Il vero dramma dell’essere umano è forse quello di smarrirsi per sempre nella propria realtà relativa, costituita dalle sue opinioni, visioni e valori personali, perdendo completamente la possibilità di contemplare, riconoscere ed accettare, una realtà assoluta ben più ampia e onnicomprensiva. Mi piace pensare che sia proprio questa la necessità che ha portato alcuni a parlare per la prima volta di yoga: ricordare a tutta l’umanità di essere una forma temporanea, in perpetua trasformazione e dovuta alla casuale compresenza di determinate condizioni. In sostanza ricordare ad ogni individuo di essere soltanto una piccola cellula di un organismo più grande, e che l’unico scopo di questa piccola entità è la comprensione, la collaborazione, la cooperazione.

1. Il termine sciamanesimo deriva da un adattamento nella lingua inglese del termine tunguso samān, che troviamo anche nel dialetto pali samāna, e poi nella lingua sanscrita śramaṇa. Tuttavia è un termine abbastanza recente, abusato e per lo più utilizzato in modo non proprio. Lo troviamo per la prima volta nella Brihadaranyaka Upanishad che risale al VI sec. A.C.

2. cfr. Pecqueur Antoine, Atlante della Cultura. Da netflix allo Yoga: il nuovo soft power. Add Editore, Torino, 2021.

Il grande sentire

Un atomo nell’universo

Ecco le onde che si frangono
montagne di molecole
ciascuna ottusamente intenta ai fatti suoi
milioni di milioni, divise,
eppure formano spuma bianca, all’unisono.
Un’era dopo l’altra
prima che occhi potessero vederle
anno dopo anno
rimbombare contro la riva come ora.
Per chi, per cosa?
Su un pianeta morto
senza nessuno a osservare.
Senza posa
torturate dall’energia
sperperata prodigiosamente dal Sole
riversata nello spazio.
Una pulce fa ruggire il mare.
Nelle profondità marine
tutte le molecole ripetono
la struttura delle altre
finché se ne formano di nuove e più complesse.
Queste ne creano altre come loro
e una nuova danza ha inizio.
Crescendo in dimensioni e complessità
esseri viventi
masse di atomi
DNA, proteine,
danzano in strutture sempre più intricate.
Fuori dalla culla
sulla terra asciutta
eccolo
in piedi:
atomi con la coscienza
materia con la curiosità.
Di fronte al mare
pieno di stupore: io
un universo di atomi
un atomo nell’universo.

Questa meravigliosa poesia fu scritta da Richard Feynman (New York, 11 maggio 1918 – Los Angeles, 15 febbraio 1988) un fisico e divulgatore scientifico. Fu insignito del premio Nobel per la fisica nel 1965 per l’elaborazione della teoria sull’elettrodinamica quantistica, che permise di elaborare un diagramma, largamente utilizzato in seguito, per la rappresentazione delle relazioni matematiche che descrivono alcuni comportamenti delle particelle subatomiche, il diagramma Feynman appunto.

Richard continuando ad essere per tutta la sua vita un uomo di scienza, sviluppò molto la capacità di concentrarsi sulla realtà che si manifesta ai sensi dell’essere umano. Proprio come chi medita. Come molti altri esseri umani che entrarono nella storia per aver dedicato la loro esistenza alla ricerca scientifica, un giorno della sua vita si accorse di aver cambiato irrimediabilmente il suo modo di vedere le cose. Si sentì pervaso da un sentire nuovo, mistico, onnipervasivo, che si trova nelle profondità della mente umana.

Questa serie di parole che mise in fila per descrivere il suo sentire così vasto e indescrivibile, rende bene l’idea di quel sentimento che venne descritto dal premio Nobel Romain Rolland (Clamecy, 29 gennaio 1866 – Vézelay, 30 dicembre 1944) come “Sentimento Oceanico”.

Rimanere vicini a distanza

   Si tratta di un momento intenso, per tutti noi. Gli avvenimenti di questo ultimo anno hanno messo a dura prova la mente degli esseri umani. La paura di ammalarci, soffrire, veder soffrire e la paura di perdere, dover lasciare andare e doverci necessariamente reinventare, ripensare, rinascere, ha gettato molti di noi in uno stato di vuoto e dolore, quasi anestetizzandoci nei confronti della realtà. Molte menti hanno scelto di ignorare la realtà, rifugiandosi in una visione alternativa, dove è più semplice trovare fuori, intorno, colpevoli su cui scaricare la frustrazione di non veder realizzata l’aspettativa creata a monte in modo del tutto involontario e incosciente. 

   La pratica di molte attività di condivisione e crescita in questo momento storico, sembra essere messa a dura prova. Non possiamo vederci per praticare in gruppo, attualmente le lezioni sono sospese e i luoghi di aggregazione non sono praticabili, se non con grandi restrizioni. Portare lo yoga nella nostra vita ci consente di vivere momenti come questo con un’attitudine costruttiva, evolutiva. Abbiamo degli strumenti per imparare a stare con noi stessi, ascoltarci e riconoscerci per ciò che siamo, in tutta onestà. 

   Coltivare la meditazione e quindi lo yoga, significa mettere concretamente in atto quel concetto così importante che gia Charles Darwin aveva messo al centro del suo “L’origine della specie”:  l’adattamento evolutivo. Come ci ricorda il neurobiologo vegetale Stefano Mancuso, il concetto della legge di natura non è: “il più forte sopravvive”, si tratta invece di: “il più adatto sopravvive”. Possiamo osservarlo in ogni aspetto della nostra esistenza, ogni volta che combattiamo, resistiamo, ci ribelliamo al naturale cambiamento, ogni volta che creiamo conflitti invece di trasformarci semplicemente, adattarci e quindi evolvere, stiamo compiendo un atto che danneggia la mente individuale e quella collettiva. Invece di applicarci per portare pace e calma intorno a noi, stiamo aggiungendo entropia al sistema all’interno del quale ci troviamo a cooperare.

   L’attuale situazione planetaria che ci troviamo a sperimentare come umanità è frutto delle azioni, delle scelte e quindi degli stati mentali che, sia individualmente che come collettività, abbiamo perpetrato fino a questo momento. Vivere nell’illusione significa creare una mappa virtuale della realtà, un sistema di credenze, condizionamenti, preconcetti e trasformali  in valori ed ideali per cui lottare allorché cominciamo a definirli “la nostra cultura”.  Evolvere significa il contrario di questo sedimentare, voler trattenere, generare aspettativa rispetto al futuro secondo le nostre comodità e desideri individuali; evolvere significa divenire responsabili nei confronti di tutto ciò che ci circonda e ci compenetra. 

   Continuiamo così a fare qualcosa di costruttivo insieme: continuiamo a praticare insieme anche se distanti fisicamente. Contattami pure per conoscere tutti in modi in cui possiamo farlo, sto predisponendo varie piattaforme ed opportunità per continuare a lavorare insieme a sostegno di tutti gli esseri. 

   Utilizziamo tutti i mezzi di cui disponiamo per operare nella direzione del bene. 

   Con Amore a te che leggi.